Storia di ieri, storia di altri tempi

Il 16 ottobre 1968 durante la premiazione della finale maschile dei 200 metri ai giochi olimpici di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos, finiti primo e terzo, in segno di protesta contro la segregazione razziale nel loro paese, Stati Uniti, salirono sul podio senza scarpe indossando solo calzini neri, sollevarono il pugno guantato di nero, ed ascoltarono l’inno nazionale a testa bassa.
Il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, si appuntò sul petto una spilletta col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani, rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione.

Il pugno destro di Smith era la forza dell’America nera. Quello sinistro di Carlos la sua unità. I piedi nudi avvolti nei calzini neri lo stato di povertà in cui il loro popolo versava da sempre. La testa piegata durante l’esecuzione dell’inno un omaggio a tutti quelli che avevano perso la vita per la libertà.

Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King. Subito dopo a Los Angeles, fu ucciso Robert Kennedy. Nella primavera del ’67 Muhammad Ali aveva rifiutato l’arruolamento nell’esercito per motivi di coscienza, vedendosi strappare la corona dei pesi massimi.

I due atleti furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Rispediti in patria, ricevettero pacchi di sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan, persero il lavoro, si disse che gli avevano ritirato pure le medaglie. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e ai giochi successivi di Montreal non fu neanche convocato nonostante avesse i tempi richiesti.

Salute e …peggio nun nisse.