Pump up the volume

Uno studio scientifico francese, dell’università della Bretagna del Sud, nel 2008 aveva analizzato il numero di consumazioni a seconda del volume nel locale. Era stato riscontrato che a 72 decibel i clienti ordinavano in media 2,6 drink e impiegavano 14,5 minuti per finirne uno; alzando gli altoparlanti a 88 decibel percepiti dall’orecchio, i drink diventavano 3,4 e i minuti per finirne uno scendevano a 11,5.
Lo sanno benissimo a New York, dove i volumi dei locali di Manhattan negli ultimi tempi sono sempre sopra ai 90 decibel, ben oltre i livelli registrati nella stessa città per esempio su un treno per pendolari (84 decibel in media).
Più il volume sale e più invoglia a consumare. Ma è stato anche visto che più è alto il ritmo della musica, più si ingurgita il cibo velocemente.
Una ricerca del 1985 citata dal Times della Fairfeld University del Connecticut aveva dimostrato che aumentando il ritmo delle canzoni ascoltate anche solo di mezzo punto, i clienti finivano i loro piatti più velocemente.
Tutta la nostra comprensione per i dipendenti di questi bar e negozi, che sono esposti senza alcuna protezione alle proprie orecchie, anche per 8-10 ore di seguito ai bassi e alle melodie ad altissimo volume.


Salute e …peggio nun nisse.

Recessione profonda

Secondo i dati del focus Fipe, l’associazione dei pubblici esercizi aderente a Confcommercio, sui consumi delle famiglie per regione realizzato su dati Istat, tra il 2007 e il 2011 la spesa media annuale delle famiglie umbre è calata, al netto delle variazioni nel potere d’acquisto dovute all’inflazione, del 7%, pari in valore assoluto a circa duemila euro all’anno; il calo è anche superiore alla media nazionale.

Umbria

media italiana

spesa media annuale

– 7 %

– 6,1%

alimenti e bevande

– 7,1

– 6,7

abbigliamento e calzature

– 20,9

– 11,3

spese per l’abitazione (compresi combustibili ed energia)

– 2

– 0,4

arredamento

– 11,5

trasporti

– 5,2

comunicazioni

– 3,8

+ 3,5

istruzione

– 27,8

tempo libero, cultura e giochi

– 10,1

– 5,8

sanità

+ 10

sigarette e affini

+ 2,4

– 16,50

Questi dati sottolineano la vera emergenza italiana ed umbra, ovvero i consumi in recessione e lo sviluppo bloccato, accentuati, e non sicuramente attenuati, dai provvedimenti del Governo. Le istituzioni locali, nel momento in cui si accingono a prendere decisioni su tasse e tariffe, dovrebbero tenere conto che quello che serve sono provvedimenti che ridiano fiato al mercato e aprano uno spiraglio alla crescita (come ha sottolineato il presidente della Confcommercio della provincia di Perugia Giorgio Mencaroni).

Salute e …peggio nun nisse.

Dai tubi della decenza

Le mutande sono un capo d’abbigliamento (sia maschile che femminile) da indossare a contatto con le parti intime. Hanno forme diverse a seconda che siano maschili o femminili. Le donne utilizzano più tipi di mutande (che, in generale, nella loro versione femminile vengono chiamate “mutandine”, indipendentemente dalle effettive dimensioni e dal modello): lo slip, il tanga, il perizoma, la brasiliana (una via di mezzo tra slip e perizoma), la culotte.
Le mutande femminili entrarono nell’uso comune piuttosto tardi. All’inizio dell’Ottocento, diventarono, pur fra molte resistenze, parte della biancheria femminile. Il modello era formato da lunghe brache tubolari accuratamente nascoste. Era vietato pure nominarle e le si chiamava tubi della decenza.
Sebbene questo indumento sia generalmente considerato necessario sia per gli uomini che per le donne, non tutti portano le mutande. In particolare le donne di spettacolo preferiscono talvolta rinunciarvi specie sotto certi abiti da sera, per evitare che l’intimo risulti visibile.

Salute e …peggio nun nisse.